catania

La città che scorreva

Catania, allora, non faceva rumore di traffico.
Faceva rumore d’acqua.

Non era una città nera, come la conosciamo oggi.
Era chiara, verde ai margini, attraversata da vene liquide che scendevano lente dalle colline verso il mare.
Lava ce n’era già stata, certo, ma non aveva ancora vinto tutto.

Il primo a farsi sentire era l’Amenano.
Non lo vedevi nascere: sembrava venire dal sottosuolo, come un respiro profondo della montagna.
L’Etna lo nutriva senza mostrarsi, filtrando pioggia e neve dentro la pietra porosa, lasciandolo scendere freddo, costante, vivo.

Quando arrivava in città, l’Amenano non chiedeva permesso.
Entrava tra le case, le piegava al suo passaggio, le obbligava a rispettarlo.
Le donne scendevano con i panni, i bambini imparavano a riconoscerne l’odore, i mercanti regolavano i tempi sulle sue piene.

Dove oggi c’è la piazza più solenne, dove il basalto brilla sotto il sole, allora c’era acqua che scorreva.
E lì, proprio lì, l’acqua dolce incontrava il mare.
Le barche entravano lente, il legno scricchiolava, le voci rimbalzavano sulle pietre chiare.
La città nasceva ogni giorno da quell’incontro.

Più in là, lontano dal centro, c’era il Longane.
Non era un fiume da celebrare.
Era un fiume che accompagnava.

Scendeva dalle colline della Barriera, tra campi coltivati e sentieri battuti, seguendo la pendenza naturale del terreno.
Non attraversava la città: la sfiorava.
Era il confine morbido tra l’abitato e la campagna, tra il costruito e il respiro aperto.

Il Longane arrivava al mare con discrezione, nella baia di Ognina, quando la costa non era ancora quella di oggi.
Lì c’erano barche piccole, reti stese ad asciugare, mani che conoscevano il sale e l’acqua dolce allo stesso modo.
Il fiume non chiedeva nulla, ma dava.

Poi l’Etna decise di ricordare a tutti chi comandava.

La lava non arrivò come una sorpresa: arrivò come una sentenza.
Prima lentamente, poi senza possibilità di replica.
Scese, coprì, riempì.
Il Longane fu il primo a cedere.
Il suo letto scomparve sotto il basalto, la sua foce cambiò forma, la sua voce si spense senza clamore.

Di lui restò solo il nome, deformato dal tempo, incastrato nella lingua: Lognina, Ognina.
Un ricordo che nessuno sapeva più spiegare davvero.

L’Amenano resistette più a lungo.
Troppo profondo per essere ucciso, troppo forte per essere ignorato.
Così la città fece ciò che sapeva fare meglio: lo nascose.

Dopo il grande terremoto, quando Catania fu ricostruita con ordine e paura, l’acqua venne incappata, incanalata, spinta sotto terra.
Sopra di lei si posò il barocco, sopra ancora il tempo.

Eppure l’Amenano non se ne andò.
Scorre ancora, sotto la pietra nera, sotto i mercati, sotto le chiese.
Si fa sentire nell’umidità, nelle grate, nel velo bianco della fontana che cade come un lenzuolo steso ad asciugare.

Catania oggi cammina sopra i suoi fiumi senza vederli.
Li sente appena, come si sente un ricordo che non si riesce più a collocare.
Ma sono lì.

E a volte, se ti fermi davvero, se ascolti sotto il rumore della città,
puoi immaginare com’era.

Una Catania che scorreva.
Una Catania d’acqua, prima che di lava.
Una città che non si limitava a resistere, ma fluiva.

Pippo Strano
Istruttore PADI


 

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